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“Sui colli, ad Albano, a Castelgandolfo, a Frascati, dove la scorsa settimana trascorsi tre giorni, l’aria è costantemente pura e limpida. Là si può studiare una natura differente”.

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A scrivere queste parole fu Johan Wolfgang von Goethe, grande letterato, scrittore, poeta e drammaturgo tedesco che dal 1786 al 1788 visitò il nostro paese e se ne innamorò, fissando i suoi ricordi nelle pagine del suo libro “Viaggio in Italia” , ricco di appassionate descrizioni dei luoghi visitati, delle impressioni ricevute dal paese e dalla gente, oltre alle sue riflessioni su arte, cultura e letteratura.
Un viaggio durato due anni: un grande viaggio, quindi, o meglio, il Grand Tour di Goethe, che in Italia arrivò, come tanti altri suoi coetanei figli delle famiglie facoltose dell’epoca, per poter perfezionare la sua cultura. Il Grand Tour era un lungo viaggio in Italia – scelta come meta per i suoi monumenti e la sua eredità della Roma antica – o più raramente in Grecia, considerato un’esperienza imperdibile per i giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo. Più tardi, divenne alla moda anche per le giovani donne di alto ceto, che in genere viaggiavano in compagnia di una zia nubile.

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In Italia il grande letterato tedesco trascorse due anni di piena felicità, nel duplice appagamento dei sensi e dello spirito, dedicati ad esplorare l’incanto della civiltà antica. Il paesaggio, l’arte ed il carattere stesso del popolo italiano incarnarono il suo ideale di fusione di spirito e sensi. Goethe stesso identifica la sua vita con un “prima” e un “dopo” l’Italia, il luogo della sua rigenerazione artistica.
Erano tempi in cui viaggiare era pericoloso, a causa dei ladri spesso presenti sulle strade, che spesso erano in pessimo stato e rendevano i trasferimenti faticosi e di una lunghezza estenuante. Tutto un altro modo di viaggiare, insomma, rispetto alla nostra concezione dei viaggi e delle vacanze. Solo i più ricchi avevano il tempo e la possibilità di vivere simili avventure.
Goethe, innamorato dei luoghi dell’Antichità Classica, considerava l’Italia come la fonte inesauribile dell’arte e del bello. Giunto a Roma nel novembre 1786, scrive pagine ricche di emozione:

“C’è una sola Roma in tutto il mondo ed io mi trovo come un pesce nell’acqua e nuoto come una palla vuota nel mercurio e in un altro liquido va a fondo. Nulla offusca l’atmosfera dei miei pensieri all’infuori del rammarico di non poter dividere coi miei cari questa felicità. Il cielo è ora magnificamente sereno, così che Roma ha una leggera nebbia solo la mattina e la sera. Ma sui monti, ad Albano, Castello e Frascati, dove la settimana scorsa ho passato tre giorni, c’è sempre un’aria purissima. É una natura da studiare, questa!”

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Testimonianze del passaggio del grande letterato si conservano scolpite nella pietra: sulla facciata del municipio di Frascati, una lapide ricorda la frase scritta da Goethe dopo il suo soggiorno nella cittadina: “Ho passato alcuni giorni a Frascati. Un paradiso”. Anche Castel Gandolfo viene ricordata dal grande drammaturgo, che raccontando all’amico Herder del suo secondo soggiorno in Italia, avvenuto nel 1789, scrive: “là dov’io per la prima volta in vita mia, sono stato completamente felice“.
Ad Ariccia rimane colpito dalla bellezza della sua piazza e dal modo “bizzarro” del principe Chigi di “tenere” il parco…

“Attraversammo Albano dopo esserci fermati, poco prima di Genzano, all’ingresso d’un parco che il proprietario, il principe Chigi, tiene in modo bizzarro; dico “tiene” non che lo mantiene; e perciò non vuol dir nemmeno che alcuno vi dia dentro un’occhiata. Quivi si sviluppa una vera selva selvaggia: alberi e arbusti, erbe e tralci crescono a loro talento, si seccano, cadono in terra e marciscono. Tutto ciò è perfettamente giusto, e tanto meglio così. Il piazzale davanti all’ingresso è bello da non potersi dire; un alto muro di cinta chiude la valle, un portone a cancellata permette uno sguardo nell’interno, poi la collna sale e sulla vetta si erge il castello. Ci sarebbe da cavarne il più grandioso dei quadri, se un vero artista vi si aggingesse (…)”.

L'Uccelliera di Parco Chigi

L’Uccelliera di Parco Chigi

Di Velletri annota la “bellissima posizione, sopra una collina vulcanica che, collegata da altre colline solo verso nord, che offre la più ampia seduta solo verso le tre altre direzioni”.
E ammira “il museo del cavaliere Borgia, il quale, grazie alla sua parentela col cardinale e alle sue aderenze colla Propaganda, è riuscito a mettere insieme oggetti antichi preziosi ed altre cose curiose: idoli egiziani di pietra durissima, figurine in metallo d’epoca remota e recente, scavate nei dintorni, e quei bassorilievi di terracotta, pei quali si vorrebbe attribuire agli antichi Volsci uno stile tutto proprio… È certamente imperdonabile che un tal tesoro, a due passi da Roma, non sia visitato più spesso. Posson servire però di scusa la poca comodità di tutte le escursioni in questi paraggi e il potente fascino dell’Urbe“. Una riflessione, quest’ultima, tutt’ora valida a distanza di due secoli: anche oggi i Castelli Romani subiscono la potente rivalità della vicina Roma, che attira la gran parte dei flussi turistici. Ma quante meraviglie attendono chi decide di percorrere quella manciata di chilometri ed allontanarsi dalla Capitale puntando a Sud…

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