Etnobotanica – Sulle tracce di Venere lungo i sentieri del lago di Nemi

Sentiero dell'acquedotto

Sentiero dell’acquedotto

Percorrere in questi giorni di primavera i sentieri che si diramano lungo il cratere del lago di Nemi per godere dei mille segnali che parlano del risveglio della natura è un piacere che si rinnova immutato ogni anno, per chi ha la fortuna di abitare ai Castelli Romani. Gli alberi resi spogli dall’inverno si sono ormai ricoperti di gemme, spesso già esplose in piccoli fiori profumati o in foglioline dalle mille sfumature di verde tenero. La vegetazione è particolarmente rigogliosa in questo periodo, favorita dal fertile terreno vulcanico, in cui fin da epoche antichissime hanno trovato il loro habitat ideale grandi foreste miste di faggi, querce, tigli, aceri, carpini, frassini, lauri, noccioli. Erano loro, fino al XVI secolo, i signori incontrastati di tutta l’area, ma nei secoli successivi gran parte del paesaggio fu oggetto di cambiamenti radicali, in seguito all’introduzione della coltivazione del castagno e allo sviluppo della viticoltura e dell’olivicoltura. Oggi è possibile ammirare il bosco originario solo in alcune aree residuali del parco dei Castelli Romani, come lungo le sponde del lago di Nemi, appunto.

Nei punti in cui il bosco si fa più fitto, nascoste all’ombra e abbarbicate sulle pareti rocciose risplendono le specie vegetali che la tradizione vuole legate alla dea della bellezza: il capelvenere e il meno conosciuto ombelico di Venere. Del resto si tratta di un’area molto frequentata da dei e dee dell’antichità: sulle rive del lago sorgeva il tempio di Diana, e alla stessa dea era consacrato il Nemus, il bosco sacro in cui venne ambientato un culto, di origini antichissime, che perdurò durante tutto l’Impero romano. Sia il capelvenere che l’ombelico di Venere crescono nei luoghi umidi e intorno alle fontane, sulle pietre ombrose, sulle mura umide, nelle grotte e sulle rocce in prossimità di sorgenti. Oltre all’indubbia valenza estetica, è affascinante scoprirne gli usi da parte della farmacopea tradizionale e i riferimenti culturali approfonditi dall’etnobotanica, la scienza che studia le dinamiche evolutive del rapporto tra i fitosistemi e le popolazioni umane insediate su un determinato territorio.

Capelvenere

Capelvenere (Adiantum capillus veneris)

Il capelvenere (nome scientifico Adiantum capillus veneris) appartiene al gruppo delle felci. Le sue fronde leggere ed eleganti, dall’aspetto delicato, scendono in una cascata di piccole foglie cuneiformi, di un bel verde tenue che contrasta con il nero lucente dei sottilissimi steli che lo caratterizzano: facile, quindi, comprendere l’analogia con la chioma della dea della bellezza. Nella farmacopea tradizionale viene utilizzata per la cura delle affezioni delle vie respiratorie come raffreddore, tosse, brochite, raucedine. Vanta anche virtù digestive, favorisce la diuresi ed è un depuratore del sangue, oltre ad agire come antiinfiammatorio e regolarizzatore del flusso mestruale. Forse proprio per l’accostamento ai capelli di Venere, viene ritenuta anche capace di fermare la caduta dei capelli: comparare i capelli alle piante era del resto piuttosto comune nelle lingue greca e latina, di qui la connessione tra caduta delle foglie e calvizie. Il capelvenere non perde mai le foglie, quindi venne ritenuta in possesso della virtù di curare la caduta dei capelli. Per trasformarlo nell’ingrediente di decotti e tisane, bisogna raccogliere le fronde e appenderle a testa in giù a mazzi per lasciarle essiccare in un luogo buio e ben aerato, quindi conservale in barattoli di vetro o porcellana.

Ombelico di Venere

Ombelico di Venere (Umbelicus rupetris)

A Venere si ispira anche il nome della seconda pianta: l’ombelico di Venere, appunto, meno nota ma altrettanto affascinante. L’umbelicus rupetris (questo il nome scientifico) è una pianta erbacea perenne delle Crassulaceae, caratterizzata dalle piccole foglie carnose lungamente picciolate che si arrampicano sulle pareti rocciose umide, foglie che presentano una caratteristica infossatura centrale che le fanno somigliare appunto a tanti piccoli ombelichi. In primavera produce un’infiorescenza sulla quale sbocciano numerosi fiori giallo-verdastri, screziati di rosa. Questa pianta è largamente utilizzata dalla farmacopea tradizionale per il suo potere antinfiammatorio e per guarire le irritazioni della pelle, foruncoli e calli: le sue foglie vengono spellate e applicate sulla parte per provare un immediato sollievo. Inoltre il cataplasma delle stesse era ampiamente usato per curare ustioni, geloni, piaghe, punture di insetti e ulcere. Con il decotto di parti della pianta si ricava, invece, un buon detergente, antiinfiammatorio ed emolliente ed ha anche un impiego alimentare: le foglioline dal sapore delicato e leggermente dolce possono insaporire un’insalata e hanno un effetto diuretico e rinfrescante.

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